Il divieto di autoprodurre vino, valido in Canada ancora negli anni 60, ha portato molte famiglie di migranti italiani a ribellarsi. In gioco c’era la difesa di una tradizione che non si voleva disperdere.
Le proprie tradizioni, certi profumi e alcuni sapori sono motivo della nostalgia e della memoria delle persone che vivono lontani dai luoghi di origine perché non sono riconducibili altrove.
OGGI – Quest’inverno, qui nei palazzi di periferia, lungo il confine ultimo tra agro e urbano, è stato un inverno magico: in molti appartamenti le famiglie hanno riscoperto l’importanza delle autoproduzioni casalinghe grazie agli orti urbani, al web, alla voglia di ricordare raccontare e tramandare, al foraging, alla volontà di mangiare senza conservanti, alla crisi. Le famiglie sono tornate a fare la conserva, la pasta madre, le marmellate, il formaggio primo sale, i liquori di erbe , la birra artigianale, i piccoli semenzai, ma anche il vino, la farina i sottolio.
Non c’è più molta differenza tra chi vive in città oggi ed ha un origine rurale e chi tanti anni fa è emigrato verso terre lontane. In comune hanno la paura che le loro tradizioni e la loro memoria si perda per sempre senza che siano stati capaci di tramandarle nel giusto modo ai figli come per secoli è successo nelle famiglie contadine.
IERI – Durante una triste notte di Novembre, del 1964, circa 17 famiglie Italiane di Bridgeland (Alberta, Canada) vengono perquisite dalla RCMP. La Polizia è alla ricerca di sostanze vietate. Vanno direttamente nelle Cantine e nei Garage degli Italiani e li trovano il corpo del reato: damigiane di vino fatto in casa, le fracassano, portano via Attrezzature Enologiche e multano ogni famiglia di 1.000 Dollari. Di conseguenza tutte le Famiglie Italiane di quello stato temendo di essere arrestate, con il cuore a pezzi per l’attacco della loro identità, svuotano il proprio vino nelle fogne.
25 GALLONI DI VINO – Dopo l’umiliazione del 1964 che fu inferta a tutti gli emigranti italiani, iniziò una battaglia politica nello stato dell’Alberta per liberalizzare la “produzione di vino in casa” , che terminò nel 1967 con l’approvazione della mozione che permetteva la produzione di “ 25 Galloni a famiglia per persona che viveva in ogni casa per un massimo di 100 Galloni”.
L’IDENTITA’ CULTURALE – Fare il vino a casa, per una famiglia italiana all’estero non significava solo tramandare ai propri figli alcune tecniche di vinificazione acquisite dai propri padri in Italia, ma quei 25 galloni (100 per famiglia) rappresentavano e rappresentano un momento di aggregazione fortissimo per le diverse generazioni di Italo-canadesi. Infa atti per un emigrante non era facile spiegare ai propri figli nati a Calgary le emozioni che provava ricordando i propri luoghi di origine, ma da quel giorno era tutto più facile. Il fare il vino con tutta la famiglia creava nella casa quei profumi e sapori dove diventava più semplice raccontare il passato, la casa di origine, l’infanzia, un incontro tra amici nel paese, una passeggiata tra le campagne ….. la mamma.
Maurizio Romano
FORAGING: La spesa ad Euro e Km Zero dell’Agro romano. Per saperne di più clicca qui.

















